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La recensione della critica letteraria Gianna Cataudella a il Virus della paura di Giambattista Scirè


La recensione di Gianna Cataudella

Il virus della paura di Giambattista Scirè


La pandemia dovuta al Covid 19 è stata fonte ispiratrice per Giambattista Scirè (laureato in studi storici per l’età moderna e contemporanea. E’ stato ricercatore presso il dipartimento di studi storici e geografici dell’Università di Firenze e al dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università di Catania.  Inoltre, ha pubblicato diversi libri e saggi legati a eventi storici italiani recenti), che  ha “imbastito” un racconto dove si intreccia la realtà e la fantasia, attraverso un convulso e incalzante ritmo narrativo in cui, a tratti, si mescola il vissuto dell’autore.

Il testo si può identificare come la metafora di una fitta e abile tessitura che un ragno costruisce nella sua tela, dove cadranno inevitabilmente tante prede. Il genere letterario  in cui si inserisce il libro è quello tipico  del giallo, ma quello “d’altri tempi”. Direi certamente i tempi migliori, in cui si dava molto spazio alla “sostanza” dei concetti espressi, per attirare l’attenzione del lettore e renderlo vigile e interessato fino all’epilogo. Quel “THE END” al quale non sempre si giunge quando si legge un libro.

Il protagonista del romanzo, scopre di essere positivo al test del virus Covid 19 e cerca di capire, insieme ai vari personaggi che sono delineati lungo l’intreccio del racconto, com’è nata e perché l’epidemia. L’autore si chiede come sia stato possibile che in questo nostro tempo, dove regna sovrana  la tecnologia, un semplice virus abbia potuto, così rapidamente, sconvolgere completamente tutta l’attività umana del pianeta. Persino la scienza medica non riesce a capire ciò che sta accadendo. Si tratta dunque di un complicato e spaventoso labirinto in cui è entrata, suo malgrado, l’umanità e dal quale non si riesce  a trovare l’uscita. Sono presenti inoltre, diversi flash back, attraverso i quali l’autore torna indietro nel tempo, analizzando il suo vissuto tra nostalgia ( “… abitavo in un piccolo appartamento luminoso in pieno centro, quasi completamente vuoto di arredi ma pieno solo di tutti i mitici rottami della mia vita.”) e disillusione per le vicende legate al percorso universitario intrapreso, che non porterà al sospirato e desiderato traguardo (“… Poi però, gradualmente, quel sogno era svanito. Scoprii presto che i concorsi all’università per diventare professore erano tutti ritagliati sui candidati predestinati, quelli che dovevano vincere il posto. Ed io non ero della partita.”).

Il ruolo dei personaggi che si relazionano con Paolo, il protagonista, si dipana come una matassa complicata ma avvincente. Le descrizioni dei luoghi, degli ambienti sono molto minuziose e riescono a creare un’atmosfera che permette al lettore di “entrare dentro” le vicende raccontate, come accade nel susseguirsi di scene, tipiche di un film che propone il classico “intrigo internazionale”, attraverso il quale si scopre la verità (o presunta tale) sulla pandemia.

(“… “segui quella macchina!” ordino all’uomo… Seguirlo e riprenderlo con l’auto è meno di un gioco da ragazzi per il tassista, abituato all’estenuante traffico capitolino. Guidare nella città deserta e passare con il rosso gli appare la cosa più naturale di questo mondo, soprattutto in un frangente di emergenza come è quello. Lo riavvistiamo dopo circa dieci minuti  di inseguimento, nel lungo rettilineo che fiancheggia il Colosseo. A un tratto le nostre due auto si trovano entrambe vicine a un passaggio pedonale, quasi fianco a fianco, al punto che però il tassista, per cercare di incalzare l’avversario, rischia quasi di travolgere uno dei pochi passanti in giro per la città, rigorosamente munito di mascherina. Dallo specchietto, con l’auto quasi in testacoda, riesco a vedere l’uomo con i capelli a spazzola scagliarmi addosso il suo sguardo minaccioso. Poi il tizio accelera a tavoletta e salta con la sua auto sul ponte, oltrepassando nuovamente il fiume. E’ finita, ci ha seminati.”). L’autore rivela nella scrittura la necessità interiore di realizzare “in fretta” ciò che da tempo si porta dentro l’anima. Ciò che sta “covando” da tanto tempo e non può più ristagnare nella parte più profonda di se. Una sorta di “catarsi dell’essere”, necessaria per liberarsi da tutte quelle pesantezze interiori dovute a sofferenze e delusioni, che purtroppo la vita gli ha “regalato” nell’arco degli anni.

Nella seconda parte del libro gli eventi si avviluppano insieme ai personaggi ancora più velocemente, in un crescendo che porta ad un improvviso epilogo finale a sorpresa, come di solito accade nei libri gialli. Un finale che l’autore lascia  in parte sospeso, forse per concedere al lettore la possibilità di elaborare le proprie conclusioni, o forse perché ci potrebbe essere un’ulteriore evoluzione nelle vicende raccontate, magari da proporre in una prossima pubblicazione.

* Critica letteraria, poeta, giornalista. Ha collaborato con il "Giornale di Sicilia" e con riviste di letteratura e periodici nazionali.

Leggi il testo della recensione sul sito "97100"

La recensione del filosofo Augusto Cavadi: "I ROMANZESCHI RETROSCENA DEL VIRUS PLANETARIO. Giallo internazionale sui retroscena del Covid-19"

I ROMANZESCHI RETROSCENA DEL VIRUS PLANETARIO. 

Giallo internazionale sui retroscena del Covid-19

di Augusto Cavadi*

In questa imprevista quarantena forzata, ognuno di noi si è inventato un modo per non sprecare il tempo disponibile a casa.
Qualcuno ha letto i libri accumulati negli anni e lasciati intonsi, qualche altro ne ha scritti di nuovi. Tra questi neo-scrittori non son mancati i romanzieri che hanno tratto spunto proprio della pandemia in corso. E’ il caso di Giambattista Sciré, noto in Italia per le sue coraggiose battaglie contro la corruzione (soprattutto nel sistema universitario), che ha pubblicato Il virus della paura (Santelli, 2020).
Protagonista un esperto di archivi che lavora presso lo studio legale di un avvocato di Roma e viene colpito dal covid-19, sperimentando la repentina interruzione delle sue relazioni affettive e del ritmo ordinario della sua vita.
In sinergia con Lorenzo, un giornalista d’inchiesta che “ha il fiuto per le cose e per le notizie”, Paolo si trova – quasi casualmente – a scoprire un intrigo internazionale all’origine della pandemia planetaria: il succedersi delle vicende narrate rivelerà – a lui e dunque anche al lettore – come tale intrigo intersecasse la sua quotidianità.
La narrazione è fitta di riferimenti, oltre che alle battaglie contro la “mala università” che l’autore combatte effettivamente nella vita reale, alle ipotesi più disparate sull’origine del virus che sono circolate in questi mesi nei social internazionali: la creazione in laboratorio, la diffusione per errore o più probabilmente per una strategia mirata a indebolire la potenza economica cinese e/o la democrazia in Italia e nell’intera Unione europea…
Arrivato alla fine dell’ultima pagina, ogni lettore trarrà le sue deduzioni. Il complottista si compiacerà di vedere nobilitate a livello di letteratura quelle tesi che, sinora non verificate, mantengono comunque un’aura di plausibilità e che hanno il vantaggio non trascurabile di proiettare in oscuri poteri politico-economici la responsabilità dei mali del mondo.
Chi, al contrario, legge la pandemia come effetto prevedibile di una mentalità – condivisa da sistemi ideologici liberisti e comunisti – antropocentrica, predatoria, sfruttatrice degli altri animali, si rallegrerà nel vedere le teorie complottiste ricollocate nell’ambito più consono: lo spazio, onirico, della fantasia letteraria e dell’invenzione poetica.
Per ogni genere di lettore, comunque, la gradevole fruizione di questo racconto potrà costituire un’occasione di riflessione retrospettiva su ciò che tutte e tutti abbiamo vissuto. Per uscirne non dico migliorati – le cronache di questi giorni ci smentirebbero – ma, almeno, non troppo peggiorati.

Potete leggere la sua recensione sui siti:

Augusto Cavadi

Zerozeronews

* Filosofo e autore de "Il Dio dei mafiosi".


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RIFLESSIONI SU UN ROMANZO E SUI SUOI MESSAGGI: IL VIRUS DELLA PAURA. La recensione di un lettore.


I miei lettori sono diversi.
C’è un modo di vedere le cose che può sempre chiamarsi critico. Non significa essere critici letterari di mestiere. Basta mettersi a guardare al di là dell’apparenza. Vale per un libro, vale per tutto, più in generale, nella vita. Le persone nella vita reale del mondo, i personaggi nelle pagine dei libri. Guardarli come sotto una luce radiografica, ed appaiono, allora, nei loro movimenti più semplici, più veri. E gli avvenimenti, la vita, si spiegano da sé nell’incontro automatico di singoli meccanismi. Se si guarda da questa angolazione qualsiasi cosa.
E così sono i miei lettori. Per dirla in gergo “tecnico”, i miei lettori (o almeno la gran parte) appartengono alla categoria lettori, o meglio si potrebbe dire recensori, “appassionati”. Sì perché i miei lettori non solo leggono il romanzo, ma lo valutano, lo recensiscono, proprio come fossero dei giornali o delle riviste letterarie.
I lettori appassionati sono coloro che quando ti parlano del romanzo non ti raccontano solo la storia, non ti dicono solo se il libro è scritto bene o scritto male, se scorre bene oppure leggerlo è una fatica. No, sono quelli che ti spiegano il loro punto di vista, ti raccontano le loro emozioni, ti dicono con quale personaggio si sono immedesimati, se la pensano alla stessa maniera, se al posto del protagonista avrebbero fatto una scelta diversa, ti dicono se erano col fiato sospeso fino alla fine, ti dicono se capiscono le motivazioni del protagonista, ti dicono se hanno vissuto una cosa simile, pensieri simili nella loro stessa vita. In poche parole, sono quei lettori che aggiungono qualcosa, danno un valore aggiunto al romanzo. E così aiutano l’autore, nella fattispecie me, a capire perfino qualcosa in più del significato che ha voluto dare all’opera. È la magia della letteratura, cioè il fatto che i pensieri di uno scritto siano universali, valgano per tutti, e ognuno possa trarre qualcosa per sé per la sua vita e dirla agli altri. In poche parole, le parole di un lettore “appassionato” possono portare chi legge la recensione nel vivo stesso della storia perché, coinvolgendolo in modo personale, destano quell’attenzione capace di farlo immedesimare.
Così ha fatto Daniele ieri, così fa oggi Luca, che ringrazio molto. Si intravede nella sua bella recensione al “virus della paura”, la sua propensione, la sua dimensione, la sua deformazione, nel suo caso all’analisi tecnica, specifica, minuziosa. Sono ben felice di condividerla con voi.

RIFLESSIONI SU UN ROMANZO E SUI SUOI MESSAGGI: IL VIRUS DELLA PAURA (recensione)

di Luca Cerioni

"Il romanzo "IL VIRUS della paura" di Giambattista Scirè - ambientato proprio nel contesto degli ultimi quattro mesi destinati già di per sé stessi, alla luce dell' emergenza coronavirus, a segnare l' intero 2020 e, per le conseguenze, vari anni futuri - presenta una trama assolutamente avvincente così come ottimamente narrata e, contemporaneamente, sembra lanciare un messaggio chiave all' intera opinione pubblica. In primo luogo, il romanzo si presenta quale vicenda narrata dal suo stesso protagonista, il dottor Paolo Pulsante, socio di uno Studio legale fondato da un "Prof. Avv." (Roberto) che aveva diretto lo Studio (come apprendiamo dalla pag. 90 del romanzo) in modo severo e spesso autoritario. Paolo era giunto a tale scelta di carriera dopo aver conosciuto il ben noto malaffare nell' Università italiana, che lo aveva allontanato da tale ambiente, ed aveva ricostruito un percorso di vita fino al giorno in cui aveva scoperto di essere positivo al coronavirus. Il protagonista vede, a tale punto, sconvolta la propria esistenza - anche a causa delle restrizioni che impongono la chiusura dell' attività professionale - attraversando così un momento che, indubbiamente, ha segnato la vita reale di un gran numero di persone alla quali è stato diagnosticato il virus. Perduti i contatti con l' ex socio (Roberto) e con l'ex compagna (Ilaria), in un momento di difficoltà personale Paolo trova un vero amico (Lorenzo), con il quale si vede accomunato da una volontà di ricerca ed analisi di aspetti della vicenda coronavirus non rivelati alla pubblica opinione. Personalmente, riterrei che - tramite la volontà di Paolo di scoprire aspetti della vicenda ben celati alla pubblica opinione - il romanzo, mediante la voce di Paolo, trasmetta già un primo messaggio ai lettori, cioè il messaggio di non accontentarsi delle notizie come trasmesse dal "mainstream" e di non smettere mai di porsi domande né, dunque, di pensare autonomamente. Al riguardo, la necessità di ricovero in ospedale non dissuade Paolo, con l'aiuto di Lorenzo, dall' iniziare già prima del ricovero stesso la ricerca della verità, una ricerca che lo induce ad incontrare uno scienziato virologo (il dottor Francis Bacon), dal quale apprende una versione sconvolgente della vicenda. In secondo luogo, nella successiva narrazione del ricovero e del sogno di Paolo durante un periodo di coma, il romanzo induce il lettore ad immedesimarsi ulteriormente con la vicenda umana della parte della popolazione più gravemente colpita dal virus, ma, con la determinazione di Paolo una volta uscito dall' ospedale a condurre a termine le sue ricerche sulla verità, sembra trasmettere un secondo messaggio ai lettori: l' importanza di concludere una ricerca approfondita della verità - in generale, delle verità sottese a tutti i grandi eventi - per non restare soltanto parte di una "massa informe che passa senza lasciare traccia" (crederei che il romanzo implicitamente suggerisca questa definizione, di manzoniana memoria, per coloro che non si pongono domande). Anche la parte finale della narrazione, carica di suspense e di colpi di scena, durante la quale Paolo, con l' aiuto di Lorenzo, viene a scoprire una verità sconvolgente celata all' opinione pubblica - nel romanzo, il virus come arma creata per instaurare uno Stato di polizia globale e favorire un colpo di Stato in atto - trascina letteralmente il lettore nell' immedesimazione con il protagonista, e lo induce a riflettere sulle "lezioni" personali che Paolo ritrae dall'accaduto. Una fra tali lezioni appare particolarmente significativa: le amicizie fondate soltanto sugli interessi (nel romanzo, fra Paolo e Roberto) o le relazioni fondate soltanto su attrazioni personali (nel romanzo, fra Paolo ed Ilaria) possono terminare anche per semplice perdita dei contatti, mentre le amicizie fondate su valori comuni (come l'amicizia fra Paolo e Lorenzo) permangono. In tale ottica - e con gli ultimi capitoli che vedono Paolo ricollegare, grazie alla sua intuizione, la verità gradatamente emergente ad elementi presenti nello studio dell' ex socio Roberto, fino alla scena finale - il romanzo sembra trasmettere un terzo messaggio ai lettori, ammonendoli sulla capacità dei personaggi influenti ed in posizioni di potere/prestigio (nel romanzo, evidentemente, il Prof.Avv. Roberto) di ordire ogni tipo di trama e sulla loro insofferenza per coloro (come Paolo) che intendono scoprire le verità. Complessivamente, per tali motivi, il romanzo riesce a configurarsi come un avvincente, grandioso giallo psico-sociale con una finalità pedagogica verso l' opinione pubblica, come un' opera unica che merita certamente di lasciare una impronta decisiva nel panorama letterario e di trovare diffusione in molti Paesi".

Cantiere Storico Filologico: "Il virus della paura, la paura del virus (e della verità)"

Il virus della paura, la paura del virus (e della verità)




di Daniele Santarelli*


"Che cos’è e si può raggiungere la verità o almeno una parvenza di essa? Si può vivere la propria vita in modo degno e autentico o è inevitabile farsi travolgere dagli eventi, fino a doversi rassegnare a subirli passivamente? Meglio accontentarsi ed adattarsi cinicamente al gioco, cercando di ricavare da ogni mutamento e stravolgimento, anche repentino e inaspettato, il meglio per se stessi e per i propri interessi, non curandosi della dignità, dei vincoli di amicizia, degli affetti, oppure resistere e andare fino in fondo nella ricerca della verità, assumendo il rischio di pagare un prezzo durissimo? Sono interrogativi che, sulla scorta di dinamiche molto attuali, ci si pone inevitabilmente nel corso e alla fine della lettura del romanzo di Giambattista Scirè, Il virus della paura, fresco di stampa per i tipi di Santelli Editore. Valente storico contemporaneista, ingiustamente estromesso dai ruoli universitari, anche in conseguenza di una agghiacciante vicenda concorsuale e giudiziaria, conclusasi (per ora) con la condanna penale dei membri della commissione che gli negò un posto di ricercatore, preferendogli una persona sprovvista – al momento del concorso – di titoli pertinenti e perfino di un dottorato, Scirè riesce, con questa sua opera d’esordio come romanziere, a coinvolgere intensamente e drammaticamente il lettore, grazie alla trama inquietante e avvincente, e (aggiungiamo) lo manda pure abbastanza in crisi. Seguiamo così con curiosità e apprensione le disavventure di Paolo, il protagonista, un ex storico che con l’amico Roberto, avvocato, porta avanti un’azienda di consulenza legale. Con lo scoppio improvviso di una pandemia devastante che piega l’Italia (e le libertà costituzionali dei suoi cittadini), creando il terreno fertile per un colpo di stato, Paolo perde il lavoro e vede vacillare tutti i suoi punti fermi, conquistati a fatica. L’azienda chiude, gli amici ormai fraterni Paolo e Roberto si congedano, Paolo viene lasciato dalla fidanzata e per di più risulta positivo al tampone. Smarrito in una Roma semideserta e suggestiva e desideroso di capire di più della vicenda che ha sconvolto la sua vita, come quella dell’intero Paese, Paolo intraprende, con l’aiuto dello scaltro amico Lorenzo, conosciuto da poco ma col quale l’affiatamento è grande, un’indagine alla ricerca della verità che, tra virologi morti, inseguimenti e colpi di scena, ci trascina nell’imprevedibile e nell’inenarrabile. Un romanzo (solo un romanzo?) da leggere tutto d’un fiato, che cattura il lettore fino all’epilogo per nulla scontato. Un romanzo che lascia con l’amaro in bocca, che fa riflettere, smonta certezze, sconforta e, per così dire, “denuda” drammaticamente il lettore stesso, ponendolo di fronte alla propria fragilità umana ed esistenziale, ma suscitandogli al contempo desiderio di riscatto e di giustizia."

*Professore Associato di Storia moderna

Leggi l'articolo integrale sul sito di "Cantiere Storico Filologico"

Quotidiano di Sicilia: "Galeotto Covid. Scirè ci 'cuce' un romanzo giallo"


Il virus della paura.

Galeotto, si può dire, fu il Covid. Da lì comincia la trama di un giallo che richiama storie in parte immaginate e in parte sperimentate. Le racconta, con una trama incalzante e surreale, Giambattista Scirè nel libro, scritto durante il lockdown, “Il virus della paura” (Santelli editore, 118 pagine, 11,90 euro).

Scirè è un ricercatore siciliano autore di vari saggi di storia contemporanea. Ora si propone come giallista senza abbandonare il metodo storiografico dopo avere sperimentato un caso clamoroso di prepotenza accademica. Da nove anni lotta per avere riconosciuto il diritto di occupare un posto di ricercatore di storia contemporanea all’università di Catania. Glielo riconosce una sentenza della giustizia amministrativa alla quale si è aggiunta la condanna della commissione che al posto di Scirè scelse un altro candidato privo dei titoli necessari.

Quella esperienza di “Malauniversità” ha suscitato una protesta nazionale contro le baronie accademiche ed è all’origine di un calvario umano fatto anche di paure come quelle che sono disseminate lungo la trama di un thriller introspettivo e sociale caricato da Scirè da allusioni autobiografiche.

Paolo, un imprenditore con un passato da storico, viene travolto dalla pandemia: contagiato dal virus, chiude la sua azienda e viene abbandonato dalla compagna. Si rivolge a un amico che avrebbe informazioni riservate sulla strana malattia che sta favorendo un colpo di Stato. Con lui si inoltra nella ricerca della verità tra documenti riservati, pedinamenti, intrighi dei servizi segreti. Il virus della paura si fa strada tra le fragilità umane e le tracce di un disegno occulto.

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